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Attualità

La cosca Grande Aracri si era impadronita del controllo di Save Group, azienda di Montecchio specializzata nel settore delle grandi opere, e ha tentato di svuotarla prima che il Tribunale di Reggio ne dichiarasse il fallimento. L’ultimo capitolo sulla mafia imprenditrice (ma sarebbe meglio dire predatrice) emerge dalla lettura degli atti dell’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro che nei giorni scorsi ha portato al fermo dell’avvocato romano Benedetto Stranieri.

Tra gli episodi al centro dell’indagine c’è la realizzazione del porto turistico di Imperia. Nel gennaio 2008 Save Group, controllata e amministrata dall’imprenditore Giovanni Vecchi, si aggiudicò in subappalto la realizzazione delle opere a mare. Moli, banchine, impianti elettrici e meccanici per 30 milioni di euro, poi lievitati a 44 per l’aggiunta di ulteriori lavori. L’arresto di Francesco Bellavista Caltagirone, il promotore del porto di Imperia, nel marzo 2013, è un colpo durissimo per l’azienda di Montecchio.

Save Group già soffriva di una crisi di liquidità, tanto che nel dicembre 2012 aveva chiesto al Tribunale l’ammissione al concordato preventivo. Il 15 giugno 2013, a Roma, nello studio dell’avvocato Benedetto Stranieri, si svolge una riunione per decidere le prossime mosse della società. Conosciamo i contenuti dell’incontro grazie alle intercettazioni ambientali della Dda di Roma, che teneva d’occhio l’avvocato Stranieri perchè sospettato di essere a disposizione delle cosche.

Nello studio del legale però non c’è l’amministratore unico di Save, Giovanni Vecchi. Alle 13 si presenta invece la sua socia di minoranza, Patrizia Patricelli. Con lei ci sono tre uomini: uno è Alfonso Diletto, di Brescello, indicato dallo stesso avvocato Stranieri come ‘il braccio destro di Nicolino Grande Aracri’. Gli altri sono Gabriele Storani e Francesco Aiello. Quest’ultimo nelle carte dell’inchiesta è definito un ‘portaordini’ del boss cutrese. Nessuno dei tre ha titolo per decidere del futuro di Save. Nessuno di loro è socio o amministratore dell’azienda montecchiese. Eppure è proprio Diletto a spiegare all’avvocato qual è la situazione di Save, ad incaricarlo di occuparsi del dissequestro di alcuni conti correnti e addirittura a fornirgli ‘la documentazione per agire in sede legale’.

Il Tribunale di Reggio ha respinto la richiesta di proroga dei termini per la presentazione del piano concordatario. C’è il rischio di una sentenza di fallimento. Si decide allora di contrattaccare. Nove giorni dopo, il 24 giugno, Save Group presenta una memoria per chiedere la ricusazione dei tre giudici della sezione fallimentare: la presidente Rosaria Savastano e i suoi colleghi Luciano Varotti e Giovanni Fanticini. Dalle intercettazioni emerge un disegno preciso: trasferire la procedura concorsuale a Roma, per poter spolpare la Save al riparo da occhi indiscreti. Ma l’operazione non riesce. Il 4 luglio il tribunale respinge l’istanza di ricusazione e l’11 viene dichiarato il fallimento dell’azienda. La curatela è stata affidata a Corrado Cassinadri e Silvana Baroncini.