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E l’uranio entrò nella catena alimentare

A fine guerra l’ambiente presenta il conto e sarà salato anche per la vita umana.

Con la fine dei bombardamenti la crisi balcanica comincia a presentarci il conto salatissimo dei danni. Oltre ai pesantissimi costi umani e sociali infatti, la guerra lascia una lunga lista di distruzioni: decine di fabbriche rase al suolo, buona parte della rete ferroviaria e stradale totalmente inagibile, sette aeroporti ed altrettante centrali per la produzione di energia elettrica distrutti, centinaia di aziende agricole con molte migliaia di ettari di terreno fertile, abbandonate o di fatto inutilizzabili, enormi superfici boscose totalmente bruciate. Se tutte le stime economiche più accreditate valutano in migliaia di miliardi i costi della ricostruzione, molto più difficile appare il computo dei danni – con i relativi effetti a lungo termine – sull’ambiente e sulla salute umana.

Tanto più che quella del Kossovo non è che l’ultima di una serie impressionante di “guerre” guerreggiate sul martoriato territorio dell’ex-Jugoslavia, cosicché ai guasti del recente passato si aggiungono gli attuali. Già nel 1994, infatti, un dettagliato rapporto di FederNatura stimava in oltre 20mila kmq – un terzo dell’intero territorio jugoslavo – l’area interessata più o meno gravemente dalle attività “belliche”, tracciando un bilancio desolante dell’avanzata serba in Croazia ed in Bosnia. “Depositi di munizioni, come quello di 20mila tonnellate nella foresta di Benekik a Bjelovar, sono stati fatti saltare in parchi e riserve, armi e proiettili sono abbandonati in quantità incalcolabili, discariche di rifiuti distrutte e di conseguenza città che scaricano tutto in mare o nei laghi, aziende chimiche e depositi di idrocarburi danneggiati” (da “In guerra contro la natura” a cura di Corrado Daclon, Ceep Ambiente -settembre 1994).

Danubio tossico

Uno dei problemi più gravi è sicuramente quello che deriva dall’inquinamento del Danubio. Il maggiore fiume europeo scorre infatti attraverso dieci paesi diversi e di questi, la Romania, la Bulgaria, la Moldavia e l’Ucraina si trovano a valle dell’ex-Jugoslavia. Sono oltre 10 milioni le persone che dipendono dal Danubio per il loro approvvigionamento idrico e purtroppo con il bombardamento di Pancevo e di Novi Sad – sede di alcune grosse raffinerie e di un importante petrolchimico – si può stimare soltanto a grandi linee cosa e quanto si è riversato nelle acque del fiume, non certamente quello che il micidiale cocktail di sostanze tossiche che così si è creato potrà comportare a breve, ma soprattutto a lungo termine sulla catena alimentare e sull’intero ecosistema fluviale. Si parla di grandi quantità di petrolio, ma anche di cloro e di composti clorurati altamente cancerogeni, come il Cvm (Cloruro VinilMonomero, la materia prima per la preparazione del Pvc) o i policlorobifenili, addirittura di mercurio. “Considerato che l’area bombardata dalle forze della Nato si trova al centro di una più ampia regione geografica dell’Europa sud-orientale e considerato che la Serbia è una delle principali sorgenti di acque freatiche in Europa, la prospettiva è veramente da incubo”, hanno osservato nel loro documento finale numerose organizzazioni ambientaliste greche riunitesi nel maggio scorso per cercare di sensibilizzare la pubblica opinione sulla gravita della situazione ambientale che si andava creando nella ex-Jugoslavia. Il fumo e le nubi tossiche causate dai bombardamenti e dagli incendi degli impianti petroliferi hanno liberato in atmosfera anche enormi quantità di diossine. “Secondo gli scienziati – riportava The Guardian, in un servizio del 17 maggio scorso – già all’inizio della campagna aerea il livello di diossina era aumentato di quindici volte (riportato nell’articolo “La guerra inquina” di P. Brown ed H. Smith, traduzione sul numero 285 di “Intemazionale”). Se pensiamo agli effetti che ha provocato in Italia l’incidente di Seveso – in cui le quantità in gioco erano tutto sommato estremamente contenute – possiamo estrapolarne un quadro abbastanza drammatico.

Gli incendi provocati dai raid aerei hanno gravemente danneggiato anche molti degli habitat forestali protetti nonché diverse delle zone umide di cui la Serbia è – insieme all’Albania – particolarmente ricca. Difficile allo stato attuale quantificare i danni alla fauna ed alla flora. Di certo c’è che essendo maggio un mese nevralgico perla nidificazione, i bombardamenti hanno provocato l’abbandono di molte località di cova, mentre “grande quantità” di stormi di volatili che in condizioni normali avrebbero nidificato in Jugoslavia, hanno cercato rifugio in Macedonia.

Uranio impoverito e altre nefandezze

Dopo mezze ammissioni, ma nessun dato certo, gli Stati Uniti hanno confermato l’uso di munizioni a base di uranio impoverito (l’isotopo U-238, Depleted Uranium, in sigla DU), anche nel conflitto balcanico. Questo materiale ~ economico e disponibile in grandi quantità, in quanto “residuo di lavorazione” nella preparazione del combustibile nucleare utilizzato nelle centrali atomiche – per il suo alto peso specifico trova impiego sia nelle corazze dei carri armati sia come ricopertura dei proiettili. “Ottimo per forare le pareti blindate dei tanks, l’uranio 238 avrà un effetto a lunghissima scadenza sull’ambiente. Conserva il 60% della radioattività dell’uranio allo stato naturale ed ha un tempo di dimezzamento di 4,5 miliardi di anni (…) brucia molto rapidamente quando si scalda per l’impatto con l’obiettivo o in un incendio; si ossida e forma piccolissime particelle (…). Questa specie di aerosol viaggia velocemente nell’atmosfera, è facilmente inalato, entra nell’aria e nella catena alimentare” (in “Terra bruciata” di R. Magnano, “La nuova ecologia” – giugno 1999). La prima applicazione massiccia di questo tipo di munizioni è avvenuta durante la Guerra del Golfo. “A sei anni da quella guerra alla quale presero parte 700mila soldati americani più di 50mila di essi sono affetti da una malattia cronica che attacca il sistema immunitario definita come Sindrome del Golfo. La malattia ha già ucciso tra i 5mila ed i 10rnila soldati contagiando il 76% dei familiari (…). Il Pentagono nega l’esistenza di questa sindrome accusando i veterani di fingersi malati allo scopo di ottenere un aiuto economico e respinge anche la tesi della contaminazione chimica e biologica…” (tratto dal testo che accompagna il documentario “La sindrome del Golfo” regia di A. D’Onofrio, 1996, riportato in “Terra bruciata”, già citato). Un recente articolo apparso sul Bollettino della Sirr (Società Italiana Ricerche sulle Radiazioni), analizzando approfonditamente le possibili conseguenze “sanitarie” connesse all’utilizzo dei proiettili all’Uranio impoverito (DU), esclude che la Gulf War Syndrome – ovvero la Sindrome del Golfo ” possa essere ricondotta agli effetti delI’U-238 e ridimensiona molto il possibile impatto che la diffusione sul territorio di questa sostanza radioattiva potrà avere sulla popolazione e sull’ambiente nel suo complesso. Qualunque sia la verità su questo punto specifico, restano talmente tanti motivi di preoccupazione che i profughi del Kossovo e con loro buona parte delle genti jugoslave, dovranno rassegnarsi a convivere per molti anni a venire con un territorio che una guerra atrocemente inutile ha fortemente compromesso anche sul piano ambientale.